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Testimonianza di Luigi Zambon, volontario di “Aiutare i bambini” a Mtwango in Tanzania

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Karibu. La parola che ricorderò per tutta la vita della mia breve permanenza in Tanzania come volontario sarà certamente Karibu, che nella bella lingua Swahili significa benvenuto!

La prima parola che senti quando incontri qualcuno è Karibu!
Popolazione mite e paziente i Tanzaniani accolgono sempre i visitatori stranieri con il sorriso sui loro volti. Non esiste accattonaggio, nessuno chiede nulla, tu straniero sei benvenuto e basta.
Da una mia prima visita alla Tanzania, è derivato il desiderio di ritornarci. Di ritornarci non più come osservatore passivo, così com'è stata la prima volta, ma in modo più attivo.

Padre Tarcisio, durante la mia prima visita, mi aveva informato del progetto di costruire, nella zona di Mtwango, un ospedale, un grande ospedale polispecialistico. Pensavo che la sua idea e il suo progetto fossero estremamente utopistici e irrealizzabili. Aveva infatti intenzione di gestire direttamente i lavori per ridurre al massimo i costi e a questo scopo aveva bisogno della presenza gratuita di un tecnico che fosse in grado di condurre i lavori.
Ma una volta ritornato in Italia un bel giorno mi arriva una lettera da parte di Padre Tarcisio che comunica a me e a "Aiutare i bambini" di essere già riuscito a comprare i materiali per la costruzione e che per iniziare effettivamente la costruzione gli occorre solo un geometra!

Questa lettera fa scattare in me la decisione di tornare a Mtwango, perché come mi ha ricordato mio figlio Sami, che era venuto con me nel corso del primo viaggio, la possibilità che abbiamo di fare qualcosa per aiutare l'Africa e le persone che hanno bisogno, non è soltanto una semplice forma di aiuto, ma una responsabilità morale di cui ognuno dovrebbe farsi carico.
Contattato padre Tarcisio e eseguite le formalità per la partenza, dopo un viaggio durato un giorno e una notte, in primo mattino mi ritrovo a Dar Es Salam.

Dopo un viaggio spericolato in jeep su una strada non asfaltata lunga 800 km, finalmente arriviamo a Mtwango e all'arrivo ritrovo la cara Fausta che si prodigherà nei miei confronti, per tutta la mia permanenza.
Due giorni dopo con la tesatura delle linee elettriche, il posizionamento del tubo per addurre l'acqua dal pozzo, iniziano finalmente i lavori!
Il primo fabbricato da realizzare è il reparto maternità del nuovo complesso ospedaliero. Banali opere edili, in Italia!! Gru, autobetoniere, macchine per la lavorazione del ferro, per il taglio del legname, operai specializzati come carpentieri e ferraioli, utilizzo di apparecchiature come autolivelli e altro. In Italia... ma qui no. Qui non c'è nulla di tutto ciò. Ci sono solo loro, una quindicina di giovani tanzaniani, tra i più poveri e bisognosi della zona.

Inizialmente, al di là di qualche parola di saluto - io non parlo il Swahili! - la comunicazione è stata molto faticosa: poter comunicare solo a gesti è stata infatti un'impresa ardua.
Successivamente, dopo aver imparato i nomi in Swahili dei principali materiali, le cose sono andate un po' meglio, ma ho dovuto insegnare loro cose elementari per noi, come si piantano i chiodi, come si impugna un martello, come si usa una tenaglia.
Abituato ad alti ritmi e metodi di lavoro a volte perdevo la pazienza, ma loro mi sorridevano e mi dicevano pole pole! Lentamente!

No. L'Africa non può più procedere pole pole.
Non possiamo permetterci che l'Africa proceda nel suo sviluppo così lentamente!
A mano mano che passavano i giorni il lavoro alla fine procedeva sempre più spedito e di questo debbo ringraziare tutti i giovani operai cha hanno lavorato con me nel cantiere: in poco più di un mese siamo riusciti a completare tutte le fondazioni, parte delle murature portanti perimetrali e il tracciamento di tutti i muri esterni ed interni.

Il lavoro iniziava al mattino alle 7,30 ed in maniera continua finiva alle 15, anche se spesso si proseguiva ben oltre questa orario. Una volta siamo andati avanti a lavorare per non so quante ore sotto una pioggia incessante. E loro continuavano a sorridere!

Arrivato il giorno della mia partenza Godson, uno dei giovani operai, mi dà un biglietto su cui in modo incerto ha scritto il suo nome e un asante, grazie.

Anche questa volta ho avuto più di quello che ho cercato di dare.


Luigi Zambon


Luigi Zambon con una delle suore che lavoreranno presso l'ospedale in costruzione

Luigi Zambon con una delle suore che lavoreranno presso l'ospedale in costruzione

Una mamma di Mtwango con il suo bambino

Una mamma di Mtwango con il suo bambino

Alcuni operai lavorano alla costruzione dei perimentri dell'ospedale

Alcuni operai lavorano alla costruzione dei perimentri dell'ospedale