UN GIORNO TUTTO ANDRA’ MEGLIO
"aiutare i bambini" sostiene in Madagascar un progetto di adozione a distanza a favore di 300 bambini residenti nella capitale Tanà e a Sarodroa, un villaggio sperduto sulla catena del monte Ankaratra. A dicembre scorso alcuni nostri volontari, Mario Giuliani, Chiara Massaroni e Angela Carampin si sono recati per noi in Madagascar per visitare il progetto e condurre un'esperienza di volontariato insieme ai bambini.
Questa è la testimonianza di Mario, che ci ha scritto recentemente per portarci la sua testimonianza:
"Ed eccomi qui come promesso. Sono passati alcuni giorni. Ho visto i bambini. Ho ancora nel cuore tutta quest'enormità di emozioni, ma andiamo per gradi. Le suore francescane che ci ospitano possiedono qui in Madagascar più di una sede. Noi ci troviamo nella casa centrale in capitale.
In questi giorni abbiamo viaggiato molto. Il primo impatto forte è stato il 15 dicembre, alla scuola di Ahipahimanga. Un grande cortile, una chiesa, una scuola: qui tutto ha il colore della terra vulcanica. Essa dà il cibo, le case, la vita e la morte. Sembra tutto surreale. I bimbi ci guardano curiosi ma quasi impauriti. Non proferiscono parola, un silenzio quasi inquietante. Non sono abituati a vedere il nostro colore della pelle. L'imbarazzo dura poco però. Basta che giunga l'ora della ricreazione ed eccoci sommersi da un mare di 400 bambini, piccoli, scherzosi, gioiosi e con dei sorrisi infiniti. La paura a poco a poco si trasforma in risate. Sono favolosi, cantano, ridono, giocano, scherzano con noi, cercano di catturare la nostra attenzione, uno sguardo, una parola. Non riesco a smettere di fotografarli, quasi volessi catturare questo momento per non lasciarlo più andare via. Sono pervaso da una tenerezza immensa.
Bambini con nulla
Come in un lampo ci ritroviamo soli in un grande cortile vuoto. Loro sono tornati a scuola, forse non hanno piena coscienza del perché debbano stare seduti dietro un banco a studiare, però lo fanno, quasi intuissero che questa per loro è una grande opportunità. Sono bambini con nulla. Mangiano una volta al giorno grazie all'intervento di persone che credono nel loro futuro. Una grande sala, 400 bambini, 400 piatti di riso e fagioli. Le panche di legno grezzo, le tavolate e loro. Alcuni mangiano in piedi: non ci sono posti a sufficienza per tutti, ma non ho visto nessuno lamentarsi.
Sarodroa: solo cielo e montagne
E' giunto il grande giorno della visita a Sarodroa: un villaggio disperso tra le montagne del Madagascar, a 2.887 metri di altezza. Sette ore di cammino a piedi da Ahipahimanga circa 4 in macchina se possibile andarci.
Sveglia alle 3. Si parte. Ben presto il paesaggio diventa lunare. La strada di terra rossa lascia il posto a terra nera e rocciosa. Siamo carichi. 6 persone nell'abitacolo, 5 nel cassone. Ci arrampichiamo su sentieri che presto lasciano il posto a nulla. Nessuna strada, niente di niente, solo cielo e montagne.
Un benvenuto sincero
La vista si apre verso poche case in muratura e le molte tane scavate nella terra dove la gente vive. Ed ecco si intravedono in lontananza due strisce blu. Sono i bambini sui 2 lati della strada, tutti in fila, tutti ordinati. Ci attendono mentre un gruppo di locali suona i flauti e canta per noi. Scendiamo dalla macchina, imbarazzati, stanchi, emozionati. La gente ci viene incontro, ci sorride, ci stringe la mano ed i bambini sempre lì, immobili. Non ho mai ricevuto un benvenuto così sincero, così vero, così forte. Non ce lo meritiamo, non io almeno. Ubriachi di tutto ciò camminiamo verso la sala polivalente, verso il centro del villaggio. Camminiamo attraverso il corridoio fatto dalle divise blu dei bambini. Ci accompagnano in un piazzale di terra. Intonano l'inno nazionale, rispettano l'alza bandiera malgascio. Il capo villaggio si presenta. Un uomo anziano al quale non è possibile dare un'età, timido impacciato. Vestito per l'occasione con una giacca lunga sdrucita, una camicia bianca sporca, sandali che per noi sarebbero già nella spazzatura da tempo ma che per lui sono le scarpe delle grandi occasioni. I rappresentanti della comunità ci ringraziano per quello che è stato fatto per loro e per i loro figli.
Riconoscenza infinita
Sono stato male a vedere tutto questo. In fondo sono solo uno studente di 25 anni che non ha nulla da insegnare a queste persone ma sono stato accolto come il papa. L'incredibile è però altro. Per dimostrare la loro riconoscenza infinita, pur essendo le persone più povere che io abbia mai visto ma anche immaginato, ci hanno offerto in dono le loro patate, le loro galline, i frutti del loro lavoro, magari privandosene loro stessi. Privandosi di quel nulla che già hanno. Ma l'hanno fatto col cuore.
Doni occidentali
Prima di partire, in Fondazione mi hanno dato delle lettere scritte dai sostenitori a distanza da consegnare ai bambini. Ero contento di poter fare questo. Di poter portare queste parole, tutti quei bigliettini ai bambini, ma non avevo ancora fatto i conti con il momento della consegna. Ed eccoli, in fila, ad aspettare. Non sorridono, sembrano tristi, ma sono solo imbarazzati e timorosi di quello che noi Vasà stiamo per fare. Ho portato foto, bigliettini di auguri sonori, qualche penna, tante lettere. Per noi poca cosa, ma per loro? Questi bambini non si sono mai visti in uno specchio come possono interpretare un pezzo di carta che suona? Piedi nudi, occhi bassi, vestiti sudici, ascoltano uno per uno la traduzione di Soeur Marie in malgascio del contenuto delle lettere. In silenzio porgono le mani con i palmi rivolti verso l'alto a cucchiaio e prendono i nostri doni occidentali.
Se fosse stato mio figlio?
Ho trattenuto le lacrime ma ho fatto tanta fatica, tanta, mi sono vergognato dai capelli fino ai piedi. Avrei voluto abbracciare quei grandi occhi e dirgli che un giorno tutto andrà meglio e di non aver paura. Ma come? Poche persone capiranno tutte queste parole, ma non posso nemmeno pretendere lo facciano. Troviamo mille giustificazioni alla condizione di questi bambini, culturali, economiche e chi più ne ha più ne metta, ma non siamo in grado di ammettere che in parte è anche colpa nostra, della totale mancanza di coscienza umanitaria che pervade il nostro mondo. Io però una domanda me la sono fatta: se uno di quei bambini fosse stato mio figlio, avrei ancora cercato di dare delle giustificazioni per cercare di lavarmi la coscienza? No."
Mario insieme a Chiara e Angela, volontari di "aiutare i bambini" in Madagascar
Alcuni dei bambini coinvolti nel progetto di adozione a distanza incontrati dai volontari

