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ZANZIBAR: Giovanni, Manuela e Cristina raccontano

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Martedì 28 agosto
L'arrivo a Charawe è stato tosto. Mi sono sentita a disagio, un'estranea pallida. Oggetto di curiosità, di sguardi, osservata. Fare le prime foto è stato difficile, molto difficile. Sentivo di violare l'intimità di persone sconosciute e mi sono dovuta forzare.
Pian piano, con calma, lentamente, la situazione si è sciolta. Verso la fine della mattinata i primi sorrisi, gesti di scherno, qualche timido saluto.
Ci sono tante donne, mamme, zie, nonne, sorelle, in attesa di iscrivere i bambini all'asilo. I bambini sono tanti, ovunque. Tra loro qualche uomo ciondolante. Per terminare gli ultimi lavori di pulizia, affidati alla comunità ma che non sono stati eseguiti, hanno chiamato i bambini della scuola primaria di Charawe!
Tutti in divisa in ginocchio a strappare erbacce, a portarle via usando i sacchi di rafia del riso come lenzuolo su cui appoggiare i detriti. Gli adulti a guardare.
Una prospettiva rovesciata rispetto al nostro atteggiamento nei confronti dei bambini.
Da noi al centro, troppo al centro.
Da loro arrivano dopo gli uomini e le donne. Sono gli ultimi, ubbidiscono subito al comando e al richiamo. Sono in giro tutto il giorno, "pascolano" all'aperto, stando tra loro per la strada, davanti alle case.
A Jambiani sono pochi quelli che stanno sulla spiaggia a giocare. Ci sono Mu, Shaha, Amida e sua sorella Maisara, gli altri si spingono fino alla casa di WHY per giocare con Naemi e con i suoi giochi.
I bambini di Jambiani non sanno nuotare, quelli di Charawe spesso non si sono mai allontanati dal villaggio in cui sono nati.
A Charawe abbiamo consegnato le stoffe alle mamme affinché preparino le divise per l'asilo: pantaloni o gonna blu, camicia e velo rosa. Hanno cinque giorni di tempo, quando tra una settimana inizierà la scuola i bambini dovranno essere pronti nelle loro belle divise colorate.
Juma, il coordinatore locale di WHY, ha parlato alla folla di mamme raccolte davanti alla scuola. E' stato molto autorevole. Ogni donna è poi entrata nell'aula dove Juma e Nicolo' verificavano l'iscrizione, qualcuna è entrata anche due o tre volte, a seconda del numero di figli. Alcuni bambini erano accompagnati dalla mamma, altri da una zia o dalla sorella, o ancora dalla vicina di casa.
Il concetto di mamma è esteso. Mamma è chi si occupa del bambino, spesso una zia o una persona della famiglia presso la quale il bambino vive.
Molte persone a Charawe sono analfabete, quindi Juma ha utilizzato la procedura adottata in questi casi per siglare i documenti: l'impronta del pollice sinistro, presa a tutti per non discriminare nessuno!
Charawe si raggiunge dopo dieci km di strada accidentata, dopo aver lasciato la strada principale asfaltata che porta alla foresta di Josiani.
Da pochi giorni è arrivata l'elettricità, portata da un progetto della cooperazione norvegese. Non si beve acqua potabile a Charawe. L'intero villaggio si serve di un pozzo di acqua salmastra. Ora la pompa dell'acqua sarà azionata dall'elettricità, quindi le donne avranno piu' tempo libero. Nicolo' si dice curioso di vedere come cambierà la vita del villaggio con l'arrivo della corrente elettrica.
Nicolo' è stato anche il primo bianco a mettere piede a Charawe. Ci racconta che arrivo' in bicicletta e che le persone scappavano alla vista di uno strano essere dalla pelle chiara, con la barba e i capelli folti, che arrancava su una bicicletta. E si' che il suo compito era quello di fotografare il villaggio e in particolare la scuola, per documentare l'esigenza di ristrutturazione e scrivere un progetto per ottenere il finanziamento. Anche oggi destiamo quanto meno curiosità e qualche bambino piccolo piccolo piange quando ci vede o quando la madre lo spinge verso di noi. Dobbiamo fargli l'effetto dell' "uomo nero" dei racconti popolari con cui siamo cresciuti noi da piccoli!
In una cornice cosi' semplice e povera mi fa effetto vedere i telefoni cellulari in mano ad alcuni insegnanti della scuola primaria. Sono impegnati nella correzione delle prove degli esami per il passaggio dalla scuola primaria a quella secondaria.
Ci sono buste e buste, per diverse materie, che viaggiano da una scuola all'altra. Gli insegnanti che correggono devono appartenere ad una scuola diversa, per garantire l'imparzialità.
Il maestro vicino a noi corregge la busta con le prove di storia. Il punteggio va da zero a cento. A Jambiani solo in quattro hanno preso la sufficienza stretta, con un punteggio attorno al cinquanta!


Giovedi' 29 agosto
Che bella giornata. Oggi abbiamo pulito l'area circostante il nuovo asilo di Mwendawima. La costruzione è a buon punto, se ne occupa un costruttore fidato che ha già lavorato per Manuela e Nicolo'.
Noi dobbiamo preparare il cortile della scuola, rimuovere i detriti, spianare la terra, fare in modo che rimanga solo da costruire lo steccato, di cui si occuperà WHY direttamente.
Siamo partiti da casa con gli attrezzi sulle spalle e, non appena arrivati, già i bambini erano attorno a noi. Si sono attivati subito. Era un gioco ma anche qualcosa che hanno preso seriamente. Qualcuno ha lavorato tutta la mattina, Abdu con la maglia rosa non si è mai fermato.
Litigavano piu' del solito, perché avevano qualcosa da litigarsi: i guanti, la zappa, il rastrello, i secchi.
La scena del ritorno dall'asilo è stata buffissima. In fila, come i sette nani, noi e loro, gli attrezzi sulle spalle.
Abbiamo regalato loro una caramella a testa come ricompensa. Che nodo allo stomaco mi è venuto quando ho visto che alcuni di loro succhiavano la caramella per poi avvolgerla di nuovo nella carta. Succhiarla ancora e rimetterla nella carta.
I bambini che ci hanno aiutato sono gli stessi che frequenteranno l'asilo. Quello che si chiama approccio partecipativo! Il loro piccolo contributo per l'asilo di Mwendawima.

Ho un aggiornamento dell'ultimo minuto: l'asilo ha aperto il giorno 7 novembre. Come avrei voluto essere li' a Mendawima e vedere i nostri piccoli amici in divisa al loro primo giorno di scuola.
Il primo giorno di scuola è un ricordo indelebile, tutti noi lo conserviamo nella memoria. Io mi ricordo il volto dei miei compagni, il colore della mia cartella con le cinghie.Per loro è a maggior ragione una bella opportunità, perché non è alla portata di tutti i bambini tra i tre e i cinque anni che vivono a Zanzibar.


Sabato 1 settembre
Villaggio di Charawe. Siamo sbarcati in dieci con un pulmino e in un solo giorno abbiamo quasi concluso i lavori necessari per l'apertura della scuola.
La vecchia madrassa è stata ridipinta sia all'interno che all'esterno. I muri esterni hanno il colore bianco e blu tipico delle costruzioni scolastiche. Colori ad olio, il blu della tonalità royal navy è steso sulla metà inferiore del muro, credo per evitare che si sporchi, dato che le strade sono polverose o fangose a seconda del clima.
Abbiamo preparato le lavagne, dipingendole con tre strati di tempera nera e rimesso a nuovo le porte.
Infine abbiamo costruito lo steccato intorno alla scuola, che delimita il cortile nel quale c'è l'intenzione di installare dei giochi da esterno.
Le classi non hanno arredi, sono piccole. I bambini si siederanno per terra.
A fine giornata siamo davvero stanchi e assetati. A Charawe è appena arrivata l'elettricità ma l'unico negozietto non ha nulla da venderci. Ne' acqua ne' bibite (l'onnipresente soda made by Coca Cola). Noi abbiamo esaurito la scorta di acqua potabile che ci siamo portati da Jambiani. Il pranzo invece ci è stato preparato dalle donne della comunità di Charawe, patate al curry, samosa e chapati, da mangiare con le mani e prendere dai grandi piatti, seduti in cerchio.
Il viaggio di ritorno per giunta è stato travagliato per un guasto al furgone e poi per la foratura di una gomma. Quando arriviamo a casa non c'è di nuovo acqua corrente, per fortuna il mare è una grande risorsa e ci facciamo un tuffo al buio per toglierci la polvere di dosso e avere una parvenza di pulizia.
Che stanchezza.

Cristina

Lunedì 3 settembre
Primo giorno di scuola all'asilo di Charawe. Oggi ci sono anche altre attività da seguire a Jambiani e purtroppo non possiamo andare tutti a Charawe, anche se ognuno di noi avrebbe voluto percorrere ancora una volta la lunga strada per Charawe pur di vedere i bambini in classe. Io sono il fortunato insieme a Nicolò e a Daniele. Durante il tragitto ci siamo fermati a casa del preside, responsabile delle scuole del sud ovest dell'isola di Unguja: una persona importante per la comunità che vuole essere presente!
Arriviamo a Charawe. Non vediamo tanti bambini piccoli in giro. Sono tutti all'asilo! Più di cinquanta in una sola aula: grandi e piccini tutti ammassati. Consegniamo i registri con i nomi di tutti i bambini, scrupolosamente preparati la sera prima a Mwendawima, oggi le maestre non ci sono perché non sono state ancora nominate dal Ministero dell'Educazione ed è il preside che si trasforma in insegnante: fa cantare a tutti una canzoncina per imparare a contare: moja, mbili, tatu .Tutti ripetono e cantano. Si vede che sono contenti: ridono, ci guardano e un po' si distraggono!
Nicolò e il preside, alla fine della prima lezione, verificano che i bambini abbiano la merenda che spetta loro e che è inclusa nelle spese del progetto.
E' ora di tornare a Mwedawima: un'ora abbondante di viaggio però questa volta la fatica non si fa sentire. E' più importante aver visto il frutto di un lavoro, che per noi è stato solo di qualche giorno, ma per altri è stato un impegno di mesi.

Giovanni

Giovedi' 6 settembre
Torniamo a Charawe. Sveglia prestissimo, io sono in coma perché ieri sera siamo usciti per bere una birra al bar di Salum sulla spiaggia. Partiamo con trenta minuti di ritardo e il viaggio si rivela una via crucis, un viaggio a tappe. Soste per prendere Francesco e Daniele a casa di Juma, per lasciare il cibo a Kitogani per gli insegnanti che partecipano al corso di formazione, per comprare acqua per noi e chapati per Kitogani, per ricomprare acqua per Kitogani. Insomma arriviamo a Charawe alle 9.30.
Le due maestre hanno raccolto tutti i bambini in un'unica classe. Le loro ciabattine sono state lasciate all'ingresso della porta e loro sono entrati scalzi nell'edificio, come è usanza a Zanzibar anche nelle case della gente comune, non solo nei luoghi di culto. Tra un po' Nicolo' costruira' delle scarpiere per le classi.
La scuola è iniziata da un paio di giorni.
Le bimbe nella loro divisa col velo e la camicia rosa sono bellissime. Organizziamo i bimbi in due gruppi, quello dei grandi e quello dei piccoli.
Non sono i bimbi di Kikadini. E' il primo giorno che stiamo insieme e mi appaiono spaesati, immobili, faticano a comprendere le consegne che diamo loro. Manuela mi ha detto che nella classe di arte nessuno aveva mai visto un foglio di carta, una matita o un pastello colorato. Figuriamoci esprimersi con un disegno libero. I volontari addetti alla classe di arte avevano preparato dei disegni da colorare, spazi sulla carta da riempire col colore. In poco tempo i bambini hanno preso confidenza ed hanno espresso la propria personalità nel disegno. Alcuni sono molto precisi e cercano di non uscire dai bordi, altri, più creativi, hanno dato un'interpretazione personale. I piu' furbi si sono intascati alcuni pastelli per appropriarsene. A qualcuno hanno dovuto toglierli a forza dalle tasche.
Questa è una cosa che non si è mai verificata all'asilo di Jambiani e neppure con i ragazzi che ogni giorno vengono a chiedere il pallone per giocare sulla spiaggia. Nello spazio antistante la casa di W.H.Y organizzano tra loro una partita di calcio e alla fine, sudati e contenti, rendono il pallone per tornare il giorno dopo.
Nei giochi all'aperto abbiamo capito che "bandiera" non era adatta a loro. Tutto il tempo è stato dedicato alla staffetta. Le bimbe motoriamente sono piu' impacciate, sarà anche a causa delle gonne lunghe e del velo o dovuto al fatto che non sono abituate a giocare. Sono piccole donne. Qualche maschietto invece è molto abile, velocissimo, capta subito il meccanismo del gioco. Quello che abbiamo soprannominato "il figlio di Gattuso" ha una grinta eccezionale!
Si riunisce subito un folto pubblico fatto di studenti delle primarie in libera uscita durante l'intervallo, di bambini "bigioni" non iscritti ad alcuna scuola, di donne con poppanti.
Mi colpisce che i bambini alla fine del gioco non si scompongano. Non saltano, non esultano, non applaudono, non manifestano gioia, nemmeno quando io e Manu facciamo i pagliacci per coinvolgere il pubblico.
Coi grandi il gioco riesce meglio e si percepisce anche un po' di spirito competitivo tra le due squadre. Proviamo anche ad introdurre il secondo gioco, bandiera appunto. Alcuni capiscono, altri no, i piu' timidi si notano subito. Come emerge il carattere di un bambino nel gioco! Alcuni non mollano mai. Altri non provano nemmeno. Fortuna che con noi c'è l'autista, che è in gamba e si rivela un leader naturale e carismatico. Parla bene in inglese e fa il nostro traduttore. Con i bambini di Charawe il nostro Swahili di sopravvivenza non basta. Senza di lui oggi non ne saremmo usciti.
Che caldo, che sete! Abbiamo dormito per tutto il viaggio di ritorno.

Cristina

I volontari hanno giocato...

I volontari hanno giocato...

...e trascorso le giornate con i bambini.

...e trascorso le giornate con i bambini.

Hanno lavorato...

Hanno lavorato...

...e dipinto le pareti!

...e dipinto le pareti!

Grazie a tutti i donatori che aiutano questi bambini con l'adozione a distanza!

Grazie a tutti i donatori che aiutano questi bambini con l'adozione a distanza!