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MADAGASCAR: “La scuola è un’ancora di salvezza per i bambini”

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I volontari Erica Gaggero ed Egidio Miraglia hanno visitato il progetto di adozione a distanza avviato da “aiutare i bambini” in Madagascar.

Ecco le loro impressioni raccolte durante il loro viaggio che si è svolto 13 al 26 marzo 2011:

“È passato poco meno di un anno dalla nostra ultima visita in Madagascar e, contrariamente a quanto immaginavamo e speravamo (ci sembrava che le condizioni di vita di una grossa fetta della popolazione avessero già toccato il fondo), la situazione è peggiorata: evidentemente al peggio non c’è limite.

La causa di tanto rapido degrado è la crisi politica iniziata con i disordini del gennaio 2009 che, non avendo ancora trovato soluzione, lascia il paese in una sorta di limbo che paralizza l’economia: quasi tutti gli impiegati pubblici non ricevono lo stipendio dai primi mesi del 2009, le imprese straniere non investono, quelle locali riducono la produzione al minimo,  il turismo è semi scomparso (i pochi bianchi che si incontrano negli aeroporti e negli alberghi o sono qui per lavoro o fanno parte di qualche ONLUS che cerca dare il suo apporto in un campo o nell’altro), ma la domanda non diminuisce (i malgasci sono tanti) e l’inflazione galoppa.
Lungi da noi la presunzione di poter fare un’analisi veritiera della situazione politica del Madagascar (ingarbugliata come tutte le trame di potere) possiamo solo vedere i risultati: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

A differenza di quanto ci si potrebbe aspettare da una ex colonia, la nuova classe dirigente è prevalentemente  di origine locale, purtroppo però  si comporta come i peggiori colonizzatori. Questi nuovi ricchi sembrano dei conquistadores spagnoli: bramosi di ricchezze, privi di rispetto umano e corrotti.

Permettere ai bambini di andare a scuola pagando per loro la retta scolastica (che qui comprende anche il refettorio e l’assistenza sanitaria) è l’unico modo per tenerli lontani dal degrado delle strade, nutrili, controllarne la salute e salvarli dall’ignoranza. Se tutti i bambini del Madagascar andassero a scuola, e tuttte le scuole funzionassero bene come quelle gestite dalle Suore Francescane, nel giro di una generazione le cose cambierebbero radicalmente.
Quest’anno abbiamo trovato i bambini adottati da “aiutare i bambini” davvero molto cambiati, sono cresciuti, molti di loro parlano già il francese, tutti lo capiscono, sono sereni, sorridenti; anche nella cura della persona (pulizia) si vedono dei miglioramenti.
Purtroppo le mani tese sono milioni e le ONLUS non arrivano a tanto, mentre lo stato non ha nessun interesse a che le cose cambino per cui investe pochissimo, per non dire niente, nella scuole pubbliche dove gli insegnanti sono pochissimi, le strutture fatiscenti, i programmi inesistenti e le ore di ricreazione sono le uniche ad abbondare.

La situazione nelle campagne è molto diversa ma il risutato finale non cambia: la miseria è delle più feroci.
Il Madagascar ha un’economia basata prevalentemente sull’agricoltura e l’allevamento, il prodotto più largamente coltivato è il riso. Come sono belli i paesaggi dove, tra le colline, le risaie si perdono a vista d’occhio in un susseguirsi di ordinati quadrati che vanno dal verde intenso al paglierino, dipendendo dal grado di maturazione del riso.
Ma, quasi si tratti di una beffa, le risaie (ambiente notoriamente insano), insieme all’unico mezzo di sostenamento, dispensano alla popolazione locale anche la morte attraverso le zanzare portatrici di malaria. Come se non bastasse ogni anno puntuale arriva un ciclone che, se troppo forte, distrugge capanne  e coltivazioni. Risultato: spesso manca il cibo e altrettanto spesso una casa che si possa definire tale. Forse perchè ogni anno tocca ricostruirne un pezzo, forse perchè dopo aver lavorato sodo tutto il giorno nei campi si è troppo stanchi per dedicarsi all’alcova o forse perchè la fame toglie le forze, certo è che molta gente vive in misere capanne che assomigliano di più a pollai che a case.

Anche qui la scuola è un’ancora di salvezza per i bambini perchè garantisce loro un pasto caldo al giorno, assistenza sanitaria e insegnamento, inoltre in campagna, più che nelle città, gli insegnanti si occupano anche di cercare di cambiare la mentalità dei genitori che vorrebbero i figli a lavorare nei campi anzichè in un aula a imparare cose che a loro non sembrano importanti.
La sfida di far progredire i genitori è non meno importante di quella di istruire i figli perchè per tanto che si insegnino ai bambini certi valori se poi questi non vengono rispettati nell’ambiente famigliare il lavoro sarà perso. In questo senso una grande battaglia viene fatta quotidianamente dalle suore per insegnare a padri e figli l’importanza dell’igene personale.
A Sarodroa in particolare non ci sembra di esagerare dicendo che la scuola è l’unico segno di civiltà esistente, se non ci fosse il paesino rimarrebbe nel suo stato “medioevale” che ci ha lasciato senza fiato la prima volta che lo abbiamo visto, increduli, con la sensazione di aver fatto un viaggio nel tempo oltre che nello spazio.
Sardroa in malgascio vuol dire “difficile da ragiungere in due”, infatti il villaggio è molto isolato, per arrivarci dalla capitale bisogna fare 1 ora di strada statale, 3 ore di pista (africana), 1 ora di fuori pista (la via che si percorre è quella scavata dall’acqua durante le pioggie, non è una strada) e circa 40 minuti a piedi perchè l’ultimo tratto non è percorribile in auto. Nella stagione delle piogge non si può andare  in macchina per cui non resta che andare a piedi (7 ore dal paesino di Ampahimanga, avanposto di civiltà sul territorio). Complice la montagna (il villaggio è a 2400mt circa di altezza) l’isolamento di Sardroa è stato negli anni totale. Quando i missionari sono arrivati per la prima volta la popolazione viveva in capanne “semiinterrate”, parzialmente scavate sottoterra, si sollevavano dal suolo per solo 1 mt con piccolissime porte per entrare, (se ne possono vedere ancora due al  villaggio) formate da una sola stanza dove la famiglia viveva insieme agli animali domestici (i maiali). Ancora oggi nelle case non c’è elettricità e non c’è acqua corrente (solo 4 fontane ai lati del villaggio), ancora oggi nessuno dei 250 bambini presenti il giorno della nostra visita aveva le scarpe.

Per le suore non è facile trovare insegnanti che accettino di vivere a Sardroa per tutto il periodo scolastico e se non fosse per loro che una volta al mese vanno a supervisionare l’andamento della scuola, a portare il medico e ad organizzare corsi per i genitori, l’isolamento continuerebbe ad essere totale per il villaggio.... “difficile da raggiungere in due”.



Egidio con i bambini

Egidio con i bambini

Erica durante attività di animazione

Erica durante attività di animazione

Foto di gruppo con i 2 volontari

Foto di gruppo con i 2 volontari

Le suore responsabili del progetto

Le suore responsabili del progetto