INDIA: “Non vi dimentico, ma vi racconto”
Le volontarie Cecilia Dotti e Giulia Crovetto hanno visitato a Warangal (Andra Pradesh) il centro Asha per bambini malati di AIDS.Le emozioni di Cecilia, raccontate attraverso queste bellissime frasi:
Così sono andata in India.
A conoscere dei bambini,
che amavano tantissimo i Perché.
Vorrei raccontarvi la loro storia,
La storia dei Bambini di Warangal,
che è una città che si trova nel Sud dimenticato dell’India,
l’India di Mowgli e delle scimmie.
Questi bambini hanno fatto quel che dovevano:
mi hanno fatto togliere le scarpe,
e mi hanno trascinato nel loro mondo.
Così oggi
Spero di essere un po’ meno adulta,
e un po’ più Grande.
Loro, sapete, erano immensi.
Mi hanno regalato una storia,
che voglio raccontare.
I bambini di Warangal sono VIVI
Sono composti e ordinati,
vanitosi ed acrobati,
impauriti e interessati
responsabili dei loro fragili destini.
Hanno la pelle liscia e color del bronzo
Denti bianchi ma ingialliti
Piedi scalzi e capelli scuri.
Hanno lettini di ferro,
in fila, uguali
non ci sono comodini,
non ci sono copriletti,
nessun pupazzo fa la guardia al cuscino.
Mi piace pensare che riconoscano il loro letto dall’odore.
I bambini di Warangal sono ventotto,
Si svegliano alle sei
Si vestono d’India e si siedono nella stanza grande.
La TV è spenta.
Incrociano le gambe e respirano in silenzio, si gustano la mattina, gli piace la calma.
Chiudono gli occhi,
stringono appena le palpebre,
fanno Yoga.
Respirano, espirano,
l’indice sfiora il pollice,
Mentre la città fuori dorme.
I bambini di Warangal sono sieropositivi.
So che è una parola che fa paura,
ma non deve.
Fa paura perché è una malattia,
ed è strana come malattia perché è nascosta,
nasce in segreto,
quando qualcuno fa “qualcosa di sbagliato”,
come amare in modo un po’ egoistico, e cioè senza pensare agli altri
o ad alcune conseguenze.
Ma non deve farvi paura chi è malato.
Si può toccare, si può giocare, si può parlare vicini
Ci si può imprestare i giochi a vicenda.
Sieropositivi significa essere a rischio di ammalarsi.
Ed è bene non ammalarsi affatto perché si è molto deboli
E le malattie possono aggravare molto le cose.
Per esempio,
ci si può ammalare così tanto da non alzarsi più dal letto.
Per questo, ogni mattina
I bambini di Warangal
si accalcano nella stanza medica e prendono le pastiglie,
servono a essere più forti! Fortissimi!
Non è barare, questo,
è solo che sanno che la vita per loro va conquistata un po’ più duramente.
Ma non per questo si arrendono.
I bambini di Warangal hanno le età più diverse
Otto, dieci, diciassette anni,
ma sembrano più piccoli.
Crescono più lentamente,
ci mettono di più, ad ingrassare, a farsi grandi.
Sono magri, eppure
I loro piatti sono sempre stracolmi di riso
Le loro braccia si allungano,
chiedono il bis e il tris senza vergogna;
ce n’è per tutti quanti.
A merenda prendono latte caldo,
biscotti con crema all’arancia, cioccolato
Per chi ha ancora fame c’è un pezzo di pane morbido e bianco,
la cuoca col sorriso glielo spezza e distribuisce.
I bambini di Warangal sono orfani
I loro genitori avevano la loro stessa malattia,
solo che era diventata più grave, era diventata AIDS.
I bambini mi chiedono di disegnare il nome dei loro genitori
Vogliono solo il contorno del nome
a matita, dentro il bianco,
Perché così lo riempiono di colori.
Vogliono dare vita a un loro ricordo
Perché anche se brucia, non vogliono perderselo,
è il loro unico legame con il passato
e lo vogliono comunque.
Qualsiasi lacrima ne determini il prezzo.
Dry my father’s name! My mother’s name!
Lo esclamano! Usano l’imperativo, lo scelgono!
Con gioia lo pronunciano,
come se chiedessero forte il gusto del gelato che vogliono da un secolo,
lo esclamano senza vergogna
è una richiesta di gioco, la loro
con te possono pronunciarla.
È bello qui,
la morte può avere un nome,
non è un tabù, è Vita,
è solo un’altra forma possibile.
I bambini di Warangal non sono arrabbiati
Né con Dio, né coi genitori, né con la Vita
Non sono arrabbiati per la malattia che hanno ricevuto in eredità.
Non v’è traccia di rancore,
nessuno spazio per la rabbia.
Viene da chiedersi con che acqua si lavino
Per essere così puri in una terra così sporca.
I bambini di Warangal
buttano il cuore oltre l’ostacolo.
Anzi, lo spaccano l’ostacolo, spaccano il muro
E dietro lasciano un buco a forma di cuore.
Voglio imparare da loro,
a gettarlo come loro!
I bambini di Warangal
Sanno sognare a dispetto di tutto e di tutti.
Non sanno quanto a lungo vivranno:
le speranze di vita si aggirano sui 45 anni,
ma loro li vogliono tutti quegli anni,
come una benedizione,
come un regalo.
Sister Mary,
una donna che chiunque dovrebbe incontrare una volta nella vita,
è la loro unica e grande mamma.
Li scuote forte e dice loro:
Studia, Sogna, Abbi fede e speranza,
con l’impegno puoi sconfiggere pronostici ingiusti e tristi.
Con la pigrizia e la negligenza
La malattia vincerà sulla tua paura, sulla tua pelle, sulla tua persona.
I Bambini di Warangal sanno ringraziare
Cantando, pregando,
con gli occhi.
La vita a loro prima che dare, ha tolto
Ha tolto anni, carriere, opportunità, famiglia.
Li ha riempiti di stigmi da sopportare e terapie da rispettare.
E forse perché privati da tante cose
Per noi così ovvie da meritare
La salute, La famiglia, il Futuro
Forse per questo
Hanno saputo rincorrere la vita,
bussare forte alla sua porta con insistenza e coraggio,
e l’hanno saputa amare.
Per questo ringraziano,
perché conoscono l’essere derubati e la dolcezza del dono.
Per loro Ricevere ha davvero significato.
I bambini di Warangal
Sanno guardare negli occhi un adulto.
Il medico gli fotografa francamente la loro situazione medica.
Sentenzia anni da vivere con qualche calcolo brutale.
Lo vedono una volta alla settimana,
come una scadenza da ricordare,
a lui devono rendere conto di come stanno veramente,
raccontandogli anche della febbre passeggera.
Alcuni ne hanno paura, altri appaiono tranquilli
E rubano un dolcetto in più
Ridendo di nascosto perché ce l’hanno fatta.
Non credono di potere avere una vita nonostante siano sieropositivi
Perché qualcuno gli ha raccontato una bella storia, una fiaba che consola.
Loro credono alla vita
Perché qualcuno gli ha donato una storia da vivere.
Perché sperare gli è stato concesso.
Non vi dimentico,
ma vi racconto.
Cecilia Dotti
Giulia Crovetto
hanno visitato il progetto
giocando con i bambini e trascorrendo con loro le giornate.
Grazie!

